Il Card. Robert Sarah: «Come non ringraziare Paolo VI per il suo coraggio nell’enciclica “Humanae vitae”?»

Humanae vitae«Come non ringraziare Paolo VI per il suo coraggio nell’enciclica Humanae Vitae? Questo testo è stato profetico sviluppando una morale che possa difendere la vita». Basterebbero queste poche e stringenti parole del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, per rimandare al mittente i tentativi oggi in atto, purtroppo dentro la stessa Chiesa Cattolica, di sobillare il significato di quell’“enciclica-spartiacque” che il beato Paolo VI (1897-1978) pubblicò nel 1968.

Nel libro-intervista, Dio o niente. Conversazione sulla fede, appena pubblicato dall’editore senese Cantagalli, rispondendo a una domanda di Nicolas Dat sull’opposizione tra la morale cristiana e i valori attualmente dominanti delle società occidentale, il porporato africano affronta infatti di petto la questione, sottolineando quanto sia «importante situare questo antagonismo nel contesto della secolarizzazione e della scristianizzazione» dal momento che «l’allontanamento d’intere nazioni della società moderna dall’insegnamento morale della Chiesa è andato di pari passo con l’ignoranza e il rifiuto della sua dottrina o della sua eredità culturale». Invece, «malgrado le molte pressioni all’interno stesso della Chiesa» e «le violente critiche di cui fu oggetto per aver rifiutato di abdicare ai principi elementari della vita», Paolo VI vide lucidamente «già stagliarsi l’orizzonte funesto che poi Giovanni Paolo II ha chiamato “la cultura di morte”». Tant’è che san Giovanni Paolo II (1920-2005), «facendo seguito all’enciclica di Paolo VI, […] ha diffuso un insegnamento molto ricco sul corpo e sulla sessualità. Malgrado il rispetto di cui era oggetto soprattutto dopo i suoi interventi decisivi per liberare i popoli dell’Europa dell’Est dal giogo della dittatura comunista, quante critiche acerbe non si sono levate contro la sua visione della morale?».

Dio o niente_coverAdesso quello scontro dentro la stessa Chiesa, che ha messo un pontefice beato e uno santo contro una mentalità diffusissima anche tra quelle che dovrebbero essere le guide della cattolicità, divampa con rinnovato vigore. «Per questo», dice il card. Sarah, «la Chiesa deve restare vigilante davanti alla sregolatezza dei valori. Nelle nostre società relativiste, il bene diventa ciò che piace e che conviene all’individuo. Allora, compreso o frainteso, l’insegnamento morale della Chiesa è rifiutato come la manifestazione di un falso bene. I media contribuiscono spesso a screditare volontariamente la posizione della Chiesa, a travestirla o a restare silenziosi. Il discorso dominante cerca senza posa di presentare l’idea di una Chiesa arretrata e medievale – che ignoranza del Medioevo! – che rifiuta di adattarsi all’evoluzione del mondo, ostile alle scoperte scientifiche e arroccata su vecchi ideali. Di fronte a questo fiume di fango, bisogna essere fermi e lucidi, non dare prova di ingenuità, essere irreprensibili, pregare e restare uniti a Dio».

E quando il porporato aggiunge «credo che la storia darà ragione alla Chiesa, poiché la difesa della vita è la difesa dell’umanità» dice davvero bene, visto che già da tempo persino la “scienza arida”, vale a dire l’economia, di per sé interessata solo ai profitti e ai dividendi, e magari poco incline a indugiare in questioni etiche, nota che, a partire da Paolo VI, l’insegnamento della Chiesa Cattolica su demografia, natalità e finanche sessualità è saggio, avveduto e persino utile agl’investimenti. Il card. Sarah non ha del resto dubbi: «Oggi, la Chiesa deve combattere controcorrente, con coraggio e speranza, senza temere di alzare la voce per denunciare gli ipocriti, i manipolatori e i falsi profeti. In duemila anni la Chiesa ha affrontato molti venti contrari, ma alla fine delle strade più aride, ha comunque riportato la vittoria». Parole che i padri convocati all’imminente Sinodo sulla famiglia dovrebbero mandare a memoria, recitandole ogni mattina assieme alle preghiere.

Marco Respinti

Pubblicato con il titolo
La Chiea non rinneghi la lezione di Paolo VI sulla vita
in La nuova Bussola Quotidiana, Milano 15-09-2015

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È Dio che unisce gli sposi. Salutare meditazione presinodale sulle nozze come sacramento

Giotto, Sposalizio della Vergine
Giotto (Giotto di Bondone, 1267?-1337), “Sposalizio della Vergine” (1303-1305), Cappella degli Scrovegni, Padova

Sembra che poco prima del Sinodo sulla famiglia di ottobre venga pubblicato un libro di contrapposizione alla “linea Kasper” firmato da 11 cardinali: Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; Baselios Cleemis, Arcivescovo maggiore della Chiesa cattolica siro-malankarese e Presidente della Conferenza episcopale dell’India; Paul Josef Cordes, Presidente emerito del Consiglio pontificio «Cor Unum»; Dominik Duka, O.P., Arcivescovo di Praga, Primate di Boemia; Willem Jacobus Eijk,  Arcivescovo di Utrecht; Joachim Meisner, Arcivescovo emerito di Colonia; John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria); Antonio Maria Rouco Varela, Arcivescovo emerito di Madrid; Camillo Ruini, Vicario generale emerito di Sua Santità per la Diocesi di Roma; Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti; Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas, Santiago de Venezuela. Il curatore del volume sarà il professore tedesco Winfried Aymans, esperto di diritto canonico della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, il quale, il 6 giugno scorso ha firmato su L’Osservatore Romano una profonda riflessione sull’essenzialità della natura sacramentale del matrimonio cristiano che proponiamo alla meditazione e allo studio.

UNITI NEL NOME DI DIO

di Winfried Aymans

Al centro delle consultazioni dei Sinodi dei vescovi del 2014 e del 2015 stanno il matrimonio e la famiglia. Malauguratamente, il dibattito pubblico ha avuto l’effetto di restringere la discussione quasi esclusivamente all’accesso alla comunione per i divorziati risposati e, tuttalpiù, ai cosiddetti “matrimoni gay”. Non sarebbe invece opportuno mettere al centro la questione di che cosa determini il significato religioso dellaconcezione cattolica della fede sul matrimonio? Sotto questo aspetto c’è la necessità e la possibilità di vere riforme. Papa Francesco, nel suo discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del tribunale della Rota romana, ha fornito alcuni spunti, due dei quali mi sembrano particolarmente degni di riflessione dal punto di vista del diritto canonico: la messa in guardia di fronte all’influsso del pensiero mondano sulla concezione canonica del matrimonio, e la questione del significato della fede in ordine al realizzarsi del matrimonio cristiano.

Dio unisce in matrimonio

Il Papa lamenta il fatto che la “situazione irregolare” nella quale vive oggi un gran numero di fedeli (divorziati risposati) sia da ricondurre non da ultimo all’influsso che ha avuto la “mentalità mondana”; un influsso distruttivo che è possibile ricondurre a diverse cause. Nel fare questo, tuttavia, si dovrà non da ultimo considerare criticamente la stessa concezione di fondo del matrimonio cristiano da parte del diritto canonico.

Lo sviluppo che conduce a un vero e proprio diritto canonico matrimoniale può essere sommariamente delineato così. All’inizio la Chiesa ebbe a che fare non solo e non tanto con un influsso mondano sulla concezione del matrimonio. Originariamente la Chiesa si adattò piuttosto alla concezione mondana del matrimonio di volta in volta dominante e in particolare a quella del diritto romano. Per i fedeli questo naturalmente era possibile sin tanto che non fosse stato in contraddizione con la fede della Chiesa. Per la concezione cristiana del matrimonio, il punto più importante per il discernimento risiedeva nella sua indissolubilità, irrinunciabile perché fondata sul comandamento di Cristo stesso. Era inevitabile che da qui scaturissero conflitti. Un vero e proprio diritto canonico matrimoniale andò via via formandosi proprio a partire dalla soluzione di tali conflitti tra diritto civile dominante e le esigenze della fede che scaturivano dalla vita pratica.

Nel suo sviluppo, il diritto canonico latino ereditò dal diritto civile l’idea di contratto in esso dominante. Vale a dire: a prescindere da determinati elementi temporaneamente presi in considerazione perché già presenti nel relativo diritto nazionale (soprattutto in Germania), il matrimonio venne inteso esclusivamente, anche dal punto di vista del diritto canonico, come una comunità fondata su un contratto tra i coniugi.

E tuttavia la Chiesa dovette esigere che, in virtù della propria concezione del diritto, questo contratto fosse un contratto di tipo particolare, sia per quel che riguardava il suo contenuto, sia rispetto alla sua forza vincolante. Per la comune concezione civile di contratto in genere va da sé che i contraenti, di comune accordo, possano disporre del contratto sia quanto al suo contenuto, sia in ordine alla sua forza vincolante. Nel contratto matrimoniale di diritto canonico, invece, il contenuto è prestabilito e ai contraenti è tolta anche la possibilità di intervenire sul contratto validamente concluso. Non vige cioè il principio: “sino a quando non ci separiamo”; ma: “sino a quando morte non vi separi”.

Va ugualmente tenuto presente che la forma contrattuale come tale non esprime nulla di specificatamente cristiano. E così non c’è da stupirsi se, a fronte delle crescenti percentuali di divorzi che si registrano nei matrimoni civili, anche i matrimoni sacramentali si trovano sempre più a navigare in acque simili. Sin tanto che la celebrazione del matrimonio, anche nel caso del matrimonio sacramentale, evidentemente è una faccenda dei coniugi ( consensus facit nuptias, con la conseguenza che “siamo noi stessi ad amministrarci il sacramento del matrimonio”) non è chiaro che cosa c’entri Dio, e nemmeno che cosa la celebrazione del matrimonio abbia a che fare con Cristo e con la Chiesa.

Ora tuttavia il Concilio Vaticano II, nelle considerazioni che dedica al matrimonio cristiano (Gaudium et spes 47-52), ha cercato un’espressione linguistica più consona alla prospettiva biblica, utilizzando, al posto del termine contratto (contractus), quello di patto (foedus). Questo è però un progresso unicamente dal punto di vista linguistico, perché il patto matrimoniale (foedus coniugii) viene spiegato come l’irrevocabile consenso personale dei coniugi (irrevocabilis consensus personalis). Il patto matrimoniale continua dunque a essere comunque considerato opera dei coniugi. E questo è anche ciò che afferma in materia il diritto canonico vigente: «Il  patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro l comunità di tutta la vita» recita l’incipit del Titolo VII dedicato dal Codice di Diritto canonico al matrimonio (can. 1055 §1).

Conformemente alla Costituzione conciliare, il ruolo di Dio viene spiegato col fatto che Dio ha fondato l’istituto matrimoniale e lo ha dotato di leggi proprie all’interno delle quali i coniugi si inseriscono.Questo, secondo la concezione cristiana, vale però per ogni matrimonio tra un uomo e una donna. Anche il cosiddetto matrimonio naturale (tra uomo e donna) è istituzionalmente frutto dell’azione creatrice di Dio. Tuttavia per i cristiani il significato è ulteriormente rafforzato perché Cristo ha elevato il matrimonio tra battezzati alla dignità di sacramento (can. 1055 CIC). Questo aumento di dignità dà però l’impressione di essere arbitrario, come fosse aggiunto per ragioni di completezza; non è chiaro da che cosa risulti. E il diritto continua a non esprimersi sul se ed eventualmente sul cosa Dio abbia a che fare hic et nunc con ogni matrimonio che si viene a contrarre.

Tutto l’agire sacramentale è caratterizzato dal fatto che è Dio ad agire per mezzo dei segni, e ad agire in modo irrevocabile. Questo vale necessariamente anche per il sacramento del matrimonio. È Gesù stesso a dirci che il matrimonio di coloro che vogliono seguirlo ha carattere sacramentale: «L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt 19, 6).In ordine al matrimonio sacramentale vale dunque che Dio non solo ha creato, per così dire, il quadro istituzionale, ma dà concretamente vita al singolo matrimonio. Tanto è alta e impegnativa la dignità di un matrimonio del genere che l’apostolo Paolo compara il patto indissolubile al rapporto che sussiste fra Cristo e la Chiesa (Ef 5, 21-33). Questo rapporto non è scaturito da un contratto tra Cristo e la Chiesa, ma dalla volontà di Dio che dona la grazia.

Se dunque l’agire degli sposiin via contrattuale non può essere già considerato atto che istituisce il matrimonio, questo non significa tuttavia che la dottrina contrattualistica sul matrimonio vada gettata nella pattumiera della storia. Quello che necessita di una revisione è unicamente l’inquadramento di essa nel complesso della concezione del matrimonio propria del diritto canonico.L’assenso personale con il quale gli sposi liberamente manifestano la loro volontà di potersi unire in una comunità matrimoniale non crea di per sé il vincolo matrimoniale, ma ne rappresenta l’irrinunciabile presupposto. È proprio così che Dio agisce con l’uomo, a cui non fa violenza, ma di cui cerca invece la libera adesione. L’atto di libero consenso dei contraenti, unitamente all’indissolubilità, forse rappresenta il contributo più significativo all’emancipazione della donna nella cultura occidentale, un contributo di cui essere grati alla Chiesa.

La particolare concezione del matrimonio sacramentale come patto istituito da Dio esige tuttavia un’espressione nuova. In molti casi, i riti nuziali della liturgia fin dall’inizio si sono approssimati a questa concezione. Anche l’ordinamento giuridico, già secoli fa, si era avvicinato molto alla formulazione di questa giusta concezione. In questo senso, il famoso decreto del Concilio di Trento sul matrimonio (detto Tametsi) stabiliva che «per la celebrazione del matrimonio in facie ecclesiae il parroco, dopo aver interrogato l’uomo e la donna e avendone ricevuto il reciproco consenso, o pronuncia la formula “ ego coniungo vos in matrimonium in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti ” (io vi unisco in matrimonio nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo), ovvero utilizza altre parole secondo l’uso proprio di ciascuna provincia». L’inserimento in alternativa di questa clausola di carattere locale ebbe come conseguenza che in seguito si trascurasse, dal punto di vista giuridico, la fondazione del vincolo matrimoniale nel nome del Dio trino e, per ragioni di comodità e semplicità, il diritto canonico continuò a essere dominato dalla concezione contrattualistica.

In un tempo in cui il diritto civile tende sempre più ad abbandonare il contratto matrimoniale alla mercé di un arbitrio che va aumentando sotto ogni riguardo, tanto più chiaro dovrà essere l’annuncio della Chiesa. Per questo è necessario in primo luogo evidenziare, anche nel diritto canonico, il matrimonio sacramentale come patto istituito da Dio che, sulla base della richiesta di manifestazione del reciproco consenso, si attua attraverso la formula pronunciata nel nome del Dio trino dal ministro di culto autorizzato alla celebrazione del matrimonio.

Fede e matrimonio

Il secondo spunto che Papa Francesco ha offerto al dibattito sul matrimonio sacramentale riguarda la questione del significato della fede per i contraenti matrimonio. Così facendo – sulle orme di Benedetto XVI – egli ha messo il dito su un punto debole e molto delicato del diritto canonico matrimoniale, visto che, per la validità del matrimonio sacramentale fra cristiani battezzati, il diritto vigente non esige dai nubendi nemmeno una conoscenza minima del carattere sacramentale del matrimonio cristiano (can. 109 CIC). Tuttavia, il carattere sacramentale rappresenta proprio la caratteristica decisiva per la quale il matrimonio fra cristiani battezzati, secondo la fede cattolica (e ortodossa), si distingue da ogni altro tipo di matrimonio. Per il diritto vigente, la fede dei contraenti matrimonio ha un ruolo rilevante solamente nel caso in cui ambedue o uno di essi, con un atto positivo di volontà, escluda il carattere sacramentale del matrimonio che si intende contrarre: risultato negativo e piuttosto misero, questo, se rapportato al significato della fede in ordine alla formazione della volontà matrimoniale così come ne ha parlato Papa Francesco.

Bisogna ammettere, d’altronde, che sino a oggi la canonistica ha misconosciuto questo problema. Già negli anni Settanta del secolo scorso, nella teologia scientifica, canonistica inclusa – perlomeno nell’ambito linguistico germanofono – ebbe luogo un acceso dibattito intorno al ruolo, giudicato insufficiente, della fede in ordine al realizzarsi del matrimonio sacramentale. E tuttavia una soluzione soddisfacente di questo problema non è così facile da trovare, come qualcuno potrebbe immaginare, tanto meno se si volesse utilizzare la senza dubbio diffusissima e insufficiente comprensione di fede del carattere sacramentale del matrimonio come ulteriore leva per ottenere sentenze di nullità da parte dei tribunali ecclesiastici. Nel quadro del passato Sinodo dei vescovi e di quello che è alle porte, balza in ogni caso agli occhi come le domande tendano maggiormente a individuare vie d’uscita, più o meno indolori, da un matrimonio fallito che non a vedere cosa la fede possa dire a noi e al mondo riguardo a una concezione secolarista del matrimonio priva ormai di orientamento.

È certo impresa lodevole quella di prestare maggiore attenzione, nella pastorale in genere e in particolare nella preparazione al matrimonio, all’insegnamento della fede sul matrimonio e anche, a livello giuridico, di esigere un minimo di conoscenza di questo sacramento. E tuttavia non è possibile misurare quando dai singoli nubendi sia stata raggiunta una comprensione della fede sufficiente a contrarre un matrimonio valido. E tanto meno questo è valutabile obiettivamente attraverso un controllo della loro partecipazione alla vita della Chiesa.

Per il diritto vigente, il carattere sacramentale del matrimonio non dipende dalla fede più o meno presente nei contraenti matrimonio, ma solo dal fatto oggettivo dell’essere battezzati. A questo riguardo si è parlato di un insoddisfacente oggettivismo sacramentale perché non viene presa in considerazione la concreta fede dei coniugi. Ma se d’ora in poi si facesse dipendere la validità di un matrimonio sacramentale dalla sufficiente comprensione della fede da parte dei nubendi, il carattere sacramentale non sarebbe più oggettivamente rilevabile, bensì si ridurrebbe a un titolo di merito dato in aggiunta a cristiani particolarmente zelanti. Al posto di un oggettivismo sacramentale, percepito come insufficiente, ci troveremmo di fronte a un ancor meno soddisfacente soggettivismo sacramentale. La soluzione deve essere trovata in altro modo. La fede – anche e specialmente in relazione ai sacramenti – non può mai essere misurata sulla base di sensazioni soggettive. Si tratta piuttosto sempre della fede della Chiesa che si esprime nella professione di fede. Chi è cattolico e si sposa, sino a prova contraria, si deve ritenere (e anche a livello giuridico) che voglia fare ciò che la Chiesa professa e fa.

Con il suo insegnamento sulla Chiesa quale communio, il Concilio Vaticano II indica la strada per una retta comprensione del rapporto fra sacramento e professione di fede. Il Concilio insegna che tutti i cristiani, per mezzo del sacramento del battesimo che professano, sono uniti tra loro. Ma nonostante questa germinale comunità, non deve essere trascurato il fatto che possono continuare a sussistere elementi di divisione relativi proprio alla professione di fede. La communio, nella quale tutti i cristiani sono uniti tra loro per mezzo del battesimo, ha bisogno di una sua attuazione soprattutto quanto alla professione di fede. Chi condivide senza riserve la fede della Chiesa si trova nella piena comunione ecclesiale (communio plena , i cattolici). Chi non condivide elementi più o meno essenziali di questa fede vive una comunione non piena con la Chiesa cattolica (communio non plena): chi più (ad esempio gli ortodossi), chi meno (ad esempio i riformati).

Il Codice vigente segue questa linea e ha tratto conseguenze diverse caso per caso (can. 844 CIC/1983) in base a una gradazione fatta precisamente nell’ambito della germinale communio sacramentale fra i cristiani. Finché la professione di fede di una Chiesa separata coincide oggettivamente con la professione di fede della Chiesa cattolica, un cristiano appartenente a questa Chiesa separata, in linea di principio, può essere ammesso ai sacramenti cattolici della penitenza, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi, senza che a quel cristiano debba prima essere richiesta un’esplicita professione di fede “cattolica” relativa al sacramento che egli domanda gli venga amministrato. Caso diverso è quello dei cristiani la cui Comunità ecclesiale non condivide la comprensione cattolica della fede rispetto al sacramento richiesto. In tal caso, l’accesso al sacramento cattolico può essere consentito solo in casi strettamente delimitati; e comunque solo quando l’interessato, discostandosi dalla sua comunità di provenienza, faccia personalmente un’esplicita professione di fede cattolica relativa al sacramento che egli chiede gli venga amministrato.

Nonostante che il Concilio e il diritto vigente assegnino alla fede un ruolo chiave rispetto ai suddetti sacramenti, anche se in forma necessariamente differenziata, il diritto matrimoniale ha incomprensibilmente ignorato questo sviluppo. E tuttavia, anche nel diritto matrimoniale, non è lecito supporre giuridicamente fino a prova contraria una comprensione cattolica del sacramento da parte dei cristiani riformati, quando, per la loro Comunità ecclesiale di appartenenza, il rifiuto della concezione sacramentale rappresenta il proprium della professione di fede. Questo comporta due gravi conseguenze. La prima: se il legislatore, come accaduto sino ad ora, dichiara sacramento tutti i matrimoni tra cristiani battezzati, egli disgiunge la propria comprensione del matrimonio dalla fede: una presa di posizione grave. La seconda: egli nega ai partner non cattolici il rispetto dovuto alla loro comprensione del matrimonio, anche se essa malauguratamente si discosta dalla prospettiva cattolica.

Se si vuole attribuire alla fede il posto che le spetta nel sacramento del matrimonio e non ci si vuole fermare all’oggettivismo sacramentale né scivolare nel diffuso soggettivismo sacramentale, è necessario comprendere il matrimonio fra cristiani battezzati a partire dal suo contesto ecclesiale. Questa visione ecclesiologica, nell’insegnamento del Concilio Vaticano II, è rafforzata non da ultimo pure dal fatto che la famiglia, nel Decreto sull’apostolato dei laici, è detta «santuario domestico della Chiesa» (Apostolicam actuositatem 11) e, nella costituzione dogmatica Lumen gentium, «Chiesa domestica» (Lumen gentium 11). La fede dei cattolici si rivela adeguata al sacramento del matrimonio ed efficace per il fatto che essi contraggono il loro matrimonio in facie Ecclesiae; con ciò essi attestano di condividere su questo punto la fede della Chiesa. Vogliono fare ciò che fa la Chiesa. Tuttavia a chi non sta in piena comunione con la Chiesa, perché la sua comunità di fede rifiuta tra l’altro la comprensione sacramentale del matrimonio, non può essere attribuita una comprensione sacramentale del matrimonio; eventualmente egli potrà esprimerla attraverso una esplicita confessione al riguardo.

Rimangono da chiarire ancora due questioni. 1. Come valutarei matrimoni tra membri di diversa confessione (i “matrimoni misti”)? 2. Come considerare i matrimoni tra cristiani non cattolici? Il carattere sacramentale dei matrimoni tra membri di diversa confessione deve essere fatto dipendere dalla Chiesa ovvero dalla Comunità ecclesiale nella quale questo matrimonio è stato contratto o è stato ospitato. Un matrimonio concluso nella Chiesa cattolica o in una Chiesa separata orientale è, sino a prova contraria, da considerarsi sacramento – che sia o meno tra membri di diversa confessione –sulla base della comprensione della fede corrispondente a ciascuna Chiesa. Per la medesima ragione, un matrimonio ospitato invece in una Comunità ecclesiale non è da considerarsi sacramento, ma – anche secondo il diritto canonico – è da ritenersi valido.

Questo, tuttavia, dipende da una soluzione soddisfacente alla seconda domanda. Il diritto sinora vigente parte dall’inseparabilità di contratto matrimoniale e sacramento matrimoniale (can. 1055 § 2 CIC); di conseguenza, un cristiano non può scegliere se contrarre un matrimonio sacramentale oppure uno non sacramentale. Questo insegnamento dello stretto legame di contratto matrimoniale e sacramento matrimoniale si è sviluppato principalmente nella contesa fra Stato e Chiesa – in particolare nella Francia gallicana – in ordine alla sovranità in materia di matrimonio: lo Stato reclamava per sé la competenza sul contratto matrimoniale, mentre alla Chiesa doveva essere riservato unicamente il sacramento (quasi fosse un abbellimento religioso). Questo oggi non è più un problema. Rispetto alla concezione del matrimonio, nel frattempo le sfere di Stato e Chiesa si sono talmente divaricate che nei due ambiti ognuno continua ad agire conformemente a quanto crede essere suo obbligo conformemente alla propria concezione del matrimonio. Per questo, l’inseparabilità di contratto e sacramento non rappresenta più un problema nei rapporti fra Stato e Chiesa, bensì è oramai solo un problema intraecclesiale. Ma, a questo livello, l’inseparabilità può solo essere un requisito dei matrimoni secondo la concezione cattolica; non vale per tutti imatrimoni fra cristiani battezzati.Per questo i matrimoni ospitati in comunità riformate non possono essere considerati sacramento, e ciononostante devono essere ritenuti matrimoni validi, proprio anche nel senso di un ordinamento canonico da modificare conseguentemente.

Considerazione finale

La consapevolezza che il ministro di culto autorizzato unisce in matrimonio gli sposi nel nome del Dio trino e la considerazione che il carattere sacramentale del matrimonio dipende dalla confessione di fede della Chiesa che lo ospita avrebbero senz’altro conseguenze profonde per la coscienza comune, e non da ultimo anche sulla preparazione pastorale e sull’accompagnamento al matrimonio nella Chiesa. Per questo i Padri sinodali dovrebbero coraggiosamente dedicarsi a tali questioni.

L’Osservatore Romano,
Città del Vaticano, 6 giugno 2015

La preghiera di una moglie per il marito e viceversa. Semplice, adatta a tutte le coppie

matrimoniiVedendo le grandi sfide che pone la vocazione di essere sposi e genitori, padre Evaristo Sada, L.C., ha capito che una grande forma di preghiera delle persone sposate è la preghiera di intercessione. Per questo ha proposto ad alcune coppie sposate che d’impegnarsi a recitare tutti i giorni questa preghiera l’uno per l’altro:

 

Signore, ti supplico, concedi al/la mio/a sposo/a

(dire a voce alta il nome)

la grazia di fare esperienza del tuo amore,

e di raggiungere la salvezza eterna alla fine della sua vita.

da Aleteia

Aedificabo Ecclesiam meam, Et portae inferi non praevalebunt adversus eam

Oggi è la solennità dei santi Pietro e Paolo. UNa buona, anzi ottima occasione per ribadire a voce alta la nostra fedeltà indefessa alla Chiesa Cattolica e al romano pontefice recitando le parole di Gesù del Vangelo di san Matteo (16, 18-19)

Tes Petrus, et super hanc petram
Aedificabo Ecclesiam meam,
Et portae inferi non praevalebunt adversus eam:
Et tibi dabo claves
Regni coelorum.
Quodcumque ligaveris super terram,
Erit ligatum et in coelis;
Et quodcumque solveris super terram
Erit solutum et in coelis.

Don Robert A. Sirico: su «The Wall Street Journal» un sacerdote punge certe imprudenze «verdi» dell’enciclica

Robert A. Sirco, cofondatore e direttore dell'Istituto Acton for the Study of religion and Liberty
Robert A. Sirco, cofondatore e direttore dell’Istituto Acton for the Study of religion and Liberty

Andiamo al sodo: molto di ciò che viene scritto nell’enciclica di Papa Francesco sulla custodia ambientale, Laudato si’, pone una sfida importante ai sostenitori del libero mercato, quelli di noi che credono che il capitalismo è una forza potente per la cura del pianeta e per far uscire le persone dalla povertà. Ma uno dei punti più graditi è un invito ad una discussione onesta e rispettosa.

Francesco ci mette in guardia contro i due estremi: “Da un estremo, alcuni sostengono ad ogni costo il mito del progresso e affermano che i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove applicazioni tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo”. E all’altro estremo ci sono coloro secondo cui la specie umana può essere “solo una minaccia e compromettere l’ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la sua presenza sul pianeta e impedirle ogni tipo d’intervento”.

E continua: “Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione”. Il fatto che Francesco abbia utilizzato tutta la forza morale del suo pontificato per chiedere un dibattito onesto è un grande passo avanti per il pianeta, che non ha caratterizzato i dibattitti degli ultimi decenni.

Il documento non è un manifesto politico, anche se avrà implicazioni politiche quando Papa Francesco visiterà gli Stati Uniti nel mese di settembre. Non è un manifesto scientifico, anche se fa riferimento a diverse relazioni e conclusioni scientifiche. Né adegua il Magistero della Chiesa al movimento di Greenpeace. Quelli di sinistra celebreranno sicuramente alcune delle sue raccomandazioni politiche. Eppure include diversi insegnamenti più autorevoli di cui non saranno così felici, e che tenteranno di ignorare o trascurare, come ad esempio l’affermazione secondo cui “non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto”.

Il documento è una dichiarazione teologica che pone i problemi ambientali nel contesto della vita cristiana. La preoccupazione per la nostra casa comune è una preoccupazione fondata per tutti gli uomini di buona volontà, e il desiderio di aria pulita, migliore utilizzo delle risorse, e riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento sono obiettivi meritevoli. Parlando di tutto questo, l’enciclica fornisce chiaramente un importante contributo.

Ma gran parte dei punti discussi in questa enciclica e molte delle ipotesi che ne conseguono sono imprudenti. C’è un forte pregiudizio contro il libero mercato, e suggerimenti che la povertà è il risultato di un’economia globalizzata, come leggiamo in questa chiara citazione: “L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati”.

Ma il capitalismo ha stimolato la maggiore riduzione della povertà globale della storia mondiale: secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il numero di persone che vivono con $1,25 al giorno è passato da 811 milioni nel 1991 a 375 milioni nel 2013. Questa è solo una statististica tra le miriadi di pagine favorevoli al capitalismo. Un dibattito onesto tra gli esperti eliminerà questa fandonia.

L’enciclica concede imprudentemente troppo all’agenda ambientale laica, per esempio, denigrando i combustibili fossili. Ma esprime anche affermazioni morali che hanno accantonato posizioni popolari sbagliate. La bugia reiterata secondo cui la sovrappopolazione sta danneggiando il pianeta, espressa anche da alcuni dei consulenti del Vaticano, è sonoramente respinta. È sconcertante vedere che prorpio coloro che hanno collaborato più attivamente allo sviluppo delle politiche proposte nell’enciclica sono quelli che supportano anche vigorosamente il controllo della popolazione e l’aborto come soluzioni al problema ambientale.

Si noti anche che il papa loda il progresso materiale dell’umanità, loda la scienza e le arti pratiche che hanno dato origine a tanti meravigliosi strumenti per rendere migliore la vita. Il papa dice: “È giusto rallegrarsi per questi progressi ed entusiasmarsi di fronte alle ampie possibilità che ci aprono”. La sua preoccupazione è che questo progresso venga equilibrato da un profondo rispetto per la natura, che Dio ha sottoposto alla cura dell’uomo. La tecnologia da sola, senza una base morale, può avere risultati profondamente dannosi. Anche in questo caso, gli scritti di Francesco sfidano le categorie politiche ordinarie.

La gente, in particolare i più vulnerabili, è la prima preoccupazione del papa. L’obiettivo corretto dovrebbe essere quello di trovare sistemi sostenibili in cui una popolazione fiorente e in crescita può vivere meglio. Parla con fervore a proposito di mancanza di acqua potabile, assenza di cure mediche sanitarie, esposizione implacabile al pericolo che si avverte con maggiore intensità nei paesi più poveri. La soluzione in questo caso, di cui non si parla abbastanza nell’enciclica, è un percorso verso il progresso economico. La creazione di ricchezza può diminuire la povertà, e la povertà e lo sfruttamento spesso vanno di pari passo.

Come sacerdote che si sforza di essere fedele alla sua Chiesa, so che anche io devo utilizzare la ragione che mi ha donato Dio per valutare tali questioni. L’obiettivo primario del papa è la fede, assieme alle ripercussioni morali che la fede ha per il nostro comportamento e per i sistemi politici ed economici che creiamo. In questo senso, c’è un ampio spazio per il dibattito. Lo scopo di un’enciclica non è quello di chiudere il dibattito, ma proprio quello di aprire la fede alla comprensione.

don Robert A. Sirico

Traduzione italiana redazionale dell’articolo The Pope’s Green Theology, in The Wall Street Journal, New York, 18-62015, pubblicata sul sito dell’Istituto Acton.

Papa Francesco: «A volte la separazione è inevitabile». Macchè novità, lo dice il Codice di diritto canonico

Papa Francesco«Ci sono casi in cui la separazione è inevitabile e a volte può diventare perfino moralmente necessaria». Lo ha detto Papa Francesco nel corso dell’udienza generale di mercoledì 24 giugno, festa di san Giovanni, in Piazza San Pietro. Nessuna novità, nessuna modifica, nessuno cambiamento. Solo la malafede può infatti ingannare i credenti affermando che si tratta di una “apertura” al divorzio, o una “via cattolica” al divorzio, in vista del Sinodo sulla famiglia di ottobre.

 Infatti, nel Codice di diritto canonico, Libro IV, La funzione di santificare della Chiesa, Parte I, I sacramenti, Titolo VII, Il matrimonio (Cann. 1055 – 1165), Capitolo I (Cann. 1141-1155), La separazione dei coniugi, Articolo 2, La separazione con permanenza del vincolo è scritto:

 «Can. 1151 – I coniugi hanno il dovere e il diritto di conservare la convivenza coniugale, eccetto che ne siano scusati da causa legittima.

 «Can. 1152 – §1. Per quanto si raccomandi vivamente che ciascun coniuge, mosso da carità cristiana e premuroso per il bene della famiglia, non rifiuti il perdono alla comparte adultera e non interrompa la vita coniugale, tuttavia se non le ha condonato la colpa espressamente o tacitamente, ha il diritto di sciogliere la convivenza coniugale, a meno che non abbia acconsentito all’adulterio, o non ne abbia dato il motivo, o non abbia egli pure commesso adulterio.

«§2. Si ha condono tacito se il coniuge innocente, dopo aver saputo dell’adulterio, si sia spontaneamente intrattenuto con l’altro coniuge con affetto maritale; è presunto, invece, se conservò per sei mesi la convivenza coniugale, senza interporre ricorso presso l’autorità ecclesiastica o civile.

«§3. Se il coniuge innocente avesse sciolto di propria iniziativa la convivenza coniugale, deferisca entro sei mesi la causa di separazione alla competente autorità ecclesiastica; e questa, esaminate tutte le circostanze, valuti se non sia possibile indurre il coniuge innocente a condonare la colpa e a non protrarre in perpetuo la separazione.

«Can. 1153 – §1. Se uno dei coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell’altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune, dà all’altro una causa legittima per separarsi, per decreto dell’Ordinario del luogo e anche per decisione propria, se vi è pericolo nell’attesa.

«§2. In tutti i casi, cessata la causa della separazione, si deve ricostituire la convivenza coniugale, a meno che non sia stabilito diversamente dall’autorità ecclesiastica.

«Can. 1154 – Effettuata la separazione dei coniugi, si deve sempre provvedere opportunamente al debito sostentamento e educazione dei figli.

«Can. 1155 – Il coniuge innocente, con atto degno di lode, può ammettere nuovamente l’altro coniuge alla vita coniugale: nel qual caso rinuncia al diritto di separazione».

Correva l’anno del Signore 1983, felicemente regnante Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005). Et de hoc satis.

Suor Marie-Elisabeth muore a 33 anni in Congo offrendo le sofferenze per i cristiani perseguitati in Siria e Iraq

Dal blog Ora pro Siria riprendiamo la lettera inviata da Madre Annachiara, superiora della Trappa di Mvanda, in Congo, a Madre Marta Luisa, Superiora della Trappa di Azeir, in Siria, in occasione della morte improvvisa di una giovane professa di Mvanda che aveva offerto la propria sofferenza per la Siria e per i cristiani perseguitati.
Suor Marie-Elisabeth Durin, nata ad Aubergenville, in Francia, l’8 agosto 1981, era entrata in Mvanda il 12 giugno 2010, aveva iniziato il noviziato il 19 marzo 2012 e aveva fatto professione temporanea il 19 marzo 2014. Ha raggiunto l’abbraccio del Padre il 22 novembre 2014 a Parigi, all’età di 33 anni, dopo una malattia folgorante.

 

Suor Marie Elisabeth, Mvanda (1981-2014)

 

Carissima Madre Marta e sorelle tutte,

sì, le ultime parole che Marie-Elisabeth mi ha detto al telefono sono state proprio: « Madre, j’offre mes douleurs pour la Syrie et l’Iraq et tous les chrétiens persécutés…ça ira…”.
Marie Elisabeth è partita per la Francia il 13 Novembre (festa dei santi benedettini) per poter rivedere i genitori dopo quattro anni. Accusava un dolore alla gamba, forse al nervo sciatico. Volevo che fosse visitata a Kinshasa, ma poiché il papà (agnostico) l’attendeva con impazienza, ha preferito dirgli di prenderle un appuntamento il venerdì pomeriggio giorno del suo arrivo. Cosa che il papà ha fatto. Il medico di base ha trovato che aveva un’infezione ai polmoni, il polso bassissimo e l’ha immediatamente fatta ricoverare in ospedale, dove l’hanno messa in coma artificiale (pare sia una prassi di routine).

Grazia Maria e Paola mi hanno spiegato che il coma artificiale rende fragili i vasi. Paola ha parlato col medico della rianimazione, sabato 15, e lui aveva detto che le condizioni erano gravissime (e da noi è partita in buone condizioni di salute, tranne per il nervo sciatico! Che choc terribile!) ed era intrasportabile. Avevamo suggerito di portarla in elicottero ad Anversa, al centro di malattie tropicali, specialisti di tutti i virus congolesi, ma non era trasportabile. Nella notte i medici l’hanno comunque trasferita nel migliore ospedale di Parigi, clinica universitaria per emorragia celebrale.

Un filo tenuissimo di vita e lunedì sera già il cervello era piatto. Io avevo preparato tutto per partire, ma ho avuto un crollo e non ero capace di muovermi: la testa funzionava, ma il corpo era KO! Così, Patrizia che si trovava in Svizzera, a Grandchamp, per una sessione, ha preso immediatamente il TGV per Parigi e quattro ore dopo era al capezzale di Marie-Elisabeth. I medici, anche se lei respirava ancora, e sembrava viva, assicuravano che era già al di là della vita terrena! La mamma, pastore calvinista, ha chiesto di tenerla in vita per poter donare gli organi. Elisabeth aveva espresso questa volontà prima di venire in Monastero. E cosi da martedi a sabato l’hanno tenuta in vita, ma lei era già dal 18 senza attività celebrale. Il 22 alle 11,45 i medici hanno desistito e detto a Patrizia e a papà e mamma che dovevano staccare la spina: il corpo era tutto gonfio e diventava nero.

Patrizia l’ha vestita con un camice da prete, perché l’abito monastico non entrava, il velo nero e lo scapolare, con lei c’era solo un’infermiera. L’indomani, domenica, la Messa in rito cattolico-maronita, è stata celebrata da un suo intimo amico maronita, la consacrazione era in aramaico: Elisabeth conosceva a memoria i quattro Vangeli e leggeva aramaico, ebraico e greco, per arrivare più intimamente alle parole di Gesù e degli Apostoli.

Il lunedì, la Comunità di Westmalle ha inviato il carro funebre e la cassa di legno scuro, per il trasporto alla nostra Casa Madre. Patrizia sempre con lei e l’autista (un italiano che lavora in Belgio) in quattro ore sono arrivati in Belgio. Intanto io mi sono un po’ ripresa e sono arrivata a Westmalle il mercoledi mattina.

Sabato abbiamo celebrato i funerali in quattro lingue: canti in Kikongo (sette fratelli di Kasanza sono per gli studi in Belgio), Kyriale in latino (lei l’amava molto!), parte dialogata in fiammingo, lingua della comunità e parole di commemorazione in Francese. Una cerimonia sobria, dolce, intima, intensa, erano presenti tanti missionari amici di Mvanda, il papà e la mamma di sr. Elisabeth, sconvolti e solo alla fine di tutto più pacificati, la Comunità dei fratelli di Westmalle e le sorelle di Nazareth tutti in cocolla bianca e, tenerezza di Dio, sepoltura nel cimitero all’esterno della Chiesa con un raggio di sole e una temperatura quasi possibile, mentre il freddo dei giorni prima era terribile!

Prima di mettere la terra, benedizione dei presenti alla bara, fiori da Mvanda e biglietti indirizzati a M. Elisabeth dalle sorelle e dagli operai e amici di Mvanda, sparsi sulla bara in un grande silenzio carico di commozione e di speranza.

Poi tutti in foresteria a condividere quanto la Comunità aveva preparato con tanta delicatezza. Solo papà e mamma non si sono sentiti di rimanere e sono partiti per ritornare in Francia con l’abbraccio di noi tutti e la promessa di continuare l’amicizia che ormai ci lega per sempre nella comunione dei santi. Ecco, ho scritto di getto e senza riflettere, mi perdonerete.

Marie-Elisabeth certamente è nella gioia e veglierà su tutti noi, soprattutto per voi in Siria e il suo amato Libano.
Vi voglio bene e grazie per la prossimità che sentiamo cosi forte.

Md Annachiara

Da Vita Nostra.
Rivista periodica dell’Associazione “Nuova Citeaux”
, n. 1, 2015

 

Il ginecologo abortista che ha riscoperto la fede e la sacralità della vita

di Patrizia Carollo

È stata la notizia che ha fatto più rumore, all’annuncio del prossimo Giubileo della misericordia: la facoltà concessa, in via straordinaria, dal Papa ad alcuni sacerdoti che saranno inviati nelle diocesi per confessare e perdonare le donne che hanno abortito e il personale medico che ha consentito tale crimine.

Sulla scia di questa notizia, è di grande attualità la storia del dottor Antonio Oriente, 61 anni, un ex ginecologo abortista che, convertito, si è poi totalmente messo a servizio della vita. Dirigente medico ginecologo di un consultorio dell’Azienda sanitaria provinciale di Messina, per tanti anni ha però vissuto la sua quotidianità praticando aborti di routine.

Antonio Oriente

 

Cosa pensa della “buona novella” di papa Francesco?
«La scelta di papa Francesco ci ricorda il passo del Vangelo di Luca dove Gesù dice ai discepoli: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati”. Gli effetti, che a mio avviso si vedranno in seguito, della scelta del Papa non potranno che essere positivi e far crescere le persone (medici, donne, ecc.) nella consapevolezza di essere perdonati e di dover, quindi, in seguito perdonare e non giudicare».

Lei ha vissuto sulla sua pelle tutto questo. Che cosa ha provato nel ricevere il perdono anche per gli aborti che aveva procurato nella sua carriera?
«Quando ho avuto la certezza, grazie al mio vescovo, di essere stato perdonato e non giudicato, ho ricevuto un nuovo impulso nel mio atteggiamento professionale».

Che cosa è cambiato per lei?
«Ho capito che le donne che avevano abortito, i sofferenti in genere, non erano solo dei corpi da curare, ma persone di cui prendersi cura. È iniziato così, per me, un nuovo modo di essere cristiano e medico, a servizio di Dio e dei fratelli».

Se potesse dire qualcosa al Papa…
«Gli direi: grazie di questa scelta che libererà tante donne e medici dalle catene che li tengono legati a un passato di sofferenza! A noi ora il compito di seguire gli insegnamenti di Gesù e il Magistero della Chiesa. Perché si possa dire ai fratelli e alle sorelle: “Non temere, Dio ti ha perdonato, anche noi ti perdoniamo, va’ e non peccare più”».

Dottor Oriente, possiamo ricapitolare per i lettori di Credere la sua storia singolare? Lei collaborava con un Centro per la diagnosi e cura dell’infertilità e faceva nascere molti bambini. Eppure con le stesse mani, uccideva tanti feti. Quando e perché la sua carriera ha radicalmente cambiato direzione?

«Vede, mia moglie, pediatra, adorava e curava i bambini, ma non riuscivamo ad avere figli nostri, e lei ne soffriva terribilmente. Una sera come tante (nei primi mesi del 1986), mi ero chiuso nel mio studio, la testa fra le mani, a domandarmi a cosa servisse avere lauree, specializzazioni, una carriera affermata, la stima della gente, se poi tornando a casa non ero in grado di regalare un sorriso a mia moglie. Improvvisamente, due persone che seguivo da tempo per infertilità, vedendo le luci accese nello studio, temettero un mio malore e, precipitatesi nello studio, mi trovarono in lacrime. Dinanzi a loro, trovai il coraggio di confidarmi».

Cosa le dissero?
«“Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Possiamo però presentarle una persona speciale che può dare un senso a quanto sta vivendo: Gesù Cristo”. Erano fratelli che si avvicinavano timidamente a un cammino di conversione grazie ad un movimento ecclesiale, il Rinnovamento nello Spirito, al quale anch’io, dapprima incredulo ma incuriosito, mi avvicinai a piccoli passi. Una sera in chiesa mi trovai a riflettere: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”. Preso da un improvviso fervore, tornai a casa e scrissi su un foglietto di carta: “Mai più morte, fino alla morte”. E da allora cominciai a vivere in modo diverso il mio essere uomo e medico».

E poi, che accadde?
«Dopo questa scelta, un giorno tornando a casa – era il mese di maggio dello stesso anno – trovai mia moglie Maria Carmela che stava vomitando. Pensai a un malessere passeggero, ma nei giorni seguenti la situazione non migliorava. E, fatto un esame di sangue, si scoprì il perché: era in attesa di un bambino! Dopo 8 mesi nacque Domenico e, in seguito, arrivò Luigi».

Possiamo solo immaginare la gioia sua e di sua moglie…
«Dapprima, l’incredulità, quindi la ricerca spasmodica del cosa poteva essere successo scientificamente e, successivamente, non trovando una motivazione plausibile, la convinzione che nella mia storia personale e familiare era intervenuto con veemenza Gesù. Desideroso allora di una completa rinascita interiore, decisi di tagliare nettamente i ponti col passato e qualificare sempre più la mia vita umana e professionale. Continuava, però, a permanere un collegamento col passato (i ferri chirurgici con i quali avevo ucciso tanti bambini); decisi allora di separarmene consegnandoli al Papa. Questo è stato per tanti anni impossibile; avevo tentato con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI ma senza risultato. L’opportunità mi è stata data il 20 settembre 2013, durante l’udienza di Francesco con i medici cattolici della Mater Care International. Papa Bergoglio, in quell’occasione che oserei definire miracolosa, mi accolse, pose le mani sul mio capo, mi benedì e mi confermò nel mandato di evangelizzazione pro-vita; mi promise anche che avrebbe pregato su quei “ferri”».

Perdonato di un dolore che le lacerava l’anima, lei è diventato inarrestabile. Oggi come vive questa “vocazione alla vita”?
«Raggiungo ogni luogo dove sono invitato, in Italia e all’estero, per combattere la cultura dello scarto, per spiegare scientificamente cos’è “realmente” l’aborto indotto, per dire che non c’è problema economico, familiare o di relazione che non si possa affrontare e per far comprendere, come ha detto lo stesso papa Francesco, che “non esiste una vita umana più sacra di un’altra, ogni vita umana è sacra!”».

 Pubblciato con il titolo
Basta aborti, il ginecologo si converte,
in
Credere. la gioia della fede,
Milano, anno III,  n. 24, Alba
(Cuneo) 14-06-2015